LA STORIA DELLE DUE CONTAGIATE DI CASAMICCIOLA: PERICOLI SOTTOVALUTATI, RITARDI E TAMPONI ANCORA NON FATTI

E’ una storia comune a tante altre, ma particolarmente importante perchè riguarda la vicenda probabilmente più dibattuta del momento. Parliamo dei due casi positivi al COVID 19 nel comune di Casamicciola, che come vi abbiamo raccontato riguardano una famiglia molto conosciuta nel comune termale.  Una famiglia stimata, per bene, numerosa, che sta subendo quegli attacchi gratuiti che purtroppo molte persone che già hanno contratto il virus sull’isola hanno dovuto subire. Abbiamo raccolto la testimonianza della figlia di una delle due gemelle positive al coronavirus, Imma,  intenzionata a fare chiarezza su ciò che realmente è accaduto ai suoi cari che ormai non vede da oltre 20 giorni, in quanto in attesa di un  bambino e quindi in isolamento per evitare qualsiasi tipo di rischio.  Imma ci ha raccontato la cronistoria di quanto accaduto e di fatto conferma alcuni dettagli che vi avevamo già anticipato.

Innanzitutto l’origine del possibile contagio. E’ stata esclusa l’ipotesi di contagio al nord in quanto i suoi familiari – che si recavano nel settentrione per motivi di salute – l’ultimo viaggio lo hanno fatto oltre un mese e mezzo fa, dunque i tempi non coincidono con la comparsa dei sintomi. E’ molto probabile che il presunto “caso 0” della famiglia abbia potuto contrarre il virus nei riti religiosi di Sangiovangiuseppe. L’uomo, infatti, ha preso parte sia alla novena che a una delle messe del 5 marzo. Come al solito non ci può essere alcuna certezza, ma con il venir fuori dei vari casi e solo quando c’è stata la polemica sul focolaio religioso, si è sospettato che ci si trovasse davanti al coronavirus.

Nel frattempo, il 9 marzo, al caso 0 compare  la prima febbricola (37.2 non di più), avverte allora il medico di base spiegando i suoi movimenti, ma il dottore sottovaluta  la situazione. Pochi giorni  dopo (il 13 marzo), la febbre compare   alla cognata del caso zero, ovvero al caso 2 di Casamicciola e quindi a una delle due gemelle, che si spostava a Casamicciola dai parenti per visite familiari che avvenivano precedentemente all’entrata in vigore delle restrizioni . Tre giorni più tardi, la febbre compare anche alla moglie del presunto caso 0, quindi alla gemella e al caso 1 casamicciolese. Il medico di base (che è lo stesso per tutti i familiari) aggiornato puntualmente ritiene che non ci siano gli estremi per attivare il famoso protocollo.

Ma Imma giustamente non è convinta: tre persone, con sintomi da covid in poco tempo, meritano più attenzione; la febbre poi compare anche al suo papà e dunque due coppie sono malate, la situazione preoccupa. E allora intorno al 20 Marzo scavalca il medico di famiglia e chiama la Guardia medica di Ischia e Forio che, ascoltate le ricostruzioni della donna, attivano immediatamente il protocollo. Il primo tampone viene effettuato a sua madre, quindi al caso 2,  a circa tre giorni dalla chiamata. Tampone che, incredibilmente, non viene fatto ne’ al marito del caso 2, ne’ agli altri due coniugi. E proprio per i  due coniugi (caso 0 e 1) si aggrava la situazione. L’uomo arriva anche a svenire, viene allertato il 118 che giunto sul posto quasi si sdegna per la chiamata, per loro non c’è nulla di grave e vanno via. E dopo qualche giorno peggiora anche la situazione della moglie che comincia ad accusare problemi respiratori, viene allora chiesto aiuto ad un medico amico di famiglia, che con tutte le attrezzature necessarie va a casa dei due coniugi e visitando la signora scopre una situazione preoccupante a livello polmonare. Casualmente arrivano nello stesso momento i sanitari per prelevare  il tampone proprio alla donna, ma non sono autorizzati a fare trasporto in ospedale. Viene allora chiamata un’altra ambulanza che giunta sul posto ed effettuata la visita di controllo anche a livello polmonare, ribadisce che non si riscontra alcuna criticità tale da portare la donna in ospedale. Da qui l’ira del marito forte anche del parere del medico amico di famiglia che minaccia la denuncia e allora il 118 decide di portare la donna al Rizzoli. Tutto questo, pensate, lunedì 30 marzo e quindi bel oltre le due settimane dalla comparsa dei sintomi.

La  discussione tra i sanitari si sposta in Ospedale e soltanto dietro l’insistenza del medico amico di famiglia viene effettuata la TAC che evidenzia grosse problematiche a livello polmonare e per questo la donna viene immediatamente ricoverata  e inquadrata come sospetto COVID. Passano un paio di giorni e i sanitari si ripresentano a casa della gemella della donna ricoverata, il tampone era stato fatto male, bisognava ripeterlo. Il resto dei fatti lo conosciamo: è risultata positiva giovedì sera la donna ricoverata al Rizzoli (che ha diverse patologie pregresse), è risultata positiva la sorella gemella venerdì sera ed è in isolamento domiciliare. Ad oggi, però, ne’ ai due mariti ne’ ad altri parenti che da tempo sono in via precauzionale in isolamento sono stati effettuati i tamponi; il caso 0 potrebbe essersi persino negativizzato nel frattempo.

Una storia incredibile, responsabilità serie del medico di base e di alcuni sanitari e medici del 118 e del Rizzoli e a tutt’oggi nessuno si sbriga a circoscrivere la rete dei contatti. Si tratta di una famiglia numerosa, che vive in abitazioni limitrofe (non la stessa) e che precedentemente ai primi sospetti di coronavirus avevano ovviamente numerosi contatti tra loro. Davvero  è più facile chiudere un intero Rione che fare tamponi alle persone a rischio? Beh grazie alla testimonianza di Imma abbiamo capito che ci avevamo visto giusto quando abbiamo descritto questa famiglia quale vittima e non di certo carnefice.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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