Il caso che riaccende il dibattito sui doppi standard nella tutela delle vittime
Un avvocato penalista di Ischia, Ciro Pilato, racconta attraverso un video pubblicato sul profilo social, di un episodio che, più che un semplice fatto di cronaca, diventa un banco di prova per capire quanto il nostro sistema giudiziario sia davvero imparziale.
Il suo assistito si è rivolto a lui dopo essere stato aggredito dalla compagna, riportando lesioni personali documentate da un referto medico con prognosi di sette giorni.
Eppure, l’avvocato racconta che nonostante ciò, il Pubblico Ministero titolare del fascicolo ha avanzato al giudice per le indagini preliminari una richiesta di archiviazione per particolare tenuità del fatto.
Ed è qui che l’avvocato si ferma, riflette e decide di opporsi.
La provocazione è diretta:
se fosse stata una donna a denunciare il compagno per un’aggressione con lesioni certificate, qualcuno avrebbe davvero parlato di “particolare tenuità del fatto”?
E soprattutto: si sarebbe chiesto di archiviare?
È una domanda che non cerca conflitto tra generi, ma che mette in luce una dinamica spesso ignorata: la percezione della violenza cambia a seconda di chi la subisce.
Negli ultimi anni la società ha investito molto – e giustamente – nella protezione delle donne vittime di violenza. Ma l’avvocato solleva un punto che raramente trova spazio nel dibattito pubblico:
• quando la vittima è un uomo, la tutela sembra meno automatica;
• quando la violenza è esercitata da una donna, il sistema tende a minimizzare;
• quando un uomo sceglie la via della legge invece della reazione fisica, non sempre viene riconosciuto il valore di questa scelta.
Il suo assistito, infatti, avrebbe potuto reagire, come purtroppo accade in molte situazioni di conflitto domestico. Non l’ha fatto. Ha scelto la strada istituzionale, quella che dovrebbe garantire equilibrio e imparzialità.
E ora si trova davanti a una possibile archiviazione.
La domanda che pone è volutamente tagliente:
“Perché quando la vittima è una donna il sistema si mobilita, mentre quando la vittima è un uomo si tende a sminuire, a derubricare, a chiudere il fascicolo?”
Non è una critica alle donne.
Non è una difesa degli uomini “in quanto uomini”.
È una denuncia di asimmetria.
Perché la violenza domestica non ha un solo volto.
E la giustizia non dovrebbe averne uno preferito.
Se la giustizia vuole essere credibile, deve essere coerente.
• Una lesione è una lesione, indipendentemente da chi la provoca.
• Una vittima è una vittima, indipendentemente da chi la subisce.
• Una denuncia merita ascolto, indipendentemente dal genere di chi la presenta.
Quando questo non accade, si crea un doppio danno:
si lascia senza tutela chi ha subito violenza e si alimenta la percezione che la giustizia sia selettiva.
L’opposizione all’archiviazione sarà il prossimo passo dell’avvocato che racconta pubblicamente quanto accaduto.
Ma la domanda resta: possiamo davvero parlare di uguaglianza quando la tutela cambia a seconda di chi è la vittima?










