C’è un sorriso che disarma e una lucidità che sorprende dietro la figura di Suor Rosa Lupoli. Originaria di Ischia e oggi badessa del celebre Monastero delle 33 nel centro antico di Napoli, la religiosa sta riscrivendo le regole del vivere in clausura, portando avanti una tradizione lunga cinque secoli con uno sguardo profondamente rivolto al presente .
Una figura fuori dagli schemi
Suor Rosa non è la tipica monaca dell’immaginario collettivo. Laureata, sportiva e molto attiva sui social network, non teme di affrontare temi scottanti all’interno della gerarchia ecclesiastica. Si definisce apertamente femminista e sostiene la necessità di concedere più spazio alle donne nella Chiesa, arrivando a ipotizzare il sacerdozio femminile . Per lei, questa posizione nasce da un’idea di fede radicata nella dignità di ogni persona .
La “ruota” come simbolo di accoglienza
Nel Monastero delle 33, la clausura non è mai stata sinonimo di isolamento, ma sotto la guida di Suor Rosa è diventata un vero e proprio presidio di ascolto. La storica “ruota”, anticamente usata per ricevere doni o messaggi in anonimato, è oggi lo strumento attraverso cui le monache accolgono le richieste di chi è in difficoltà . Non offrono soluzioni miracolose, ma un ascolto autentico e una parola di conforto a chiunque bussi alla loro porta .
“Nel mondo, non fuori dal mondo”
Con ironia e concretezza, la badessa respinge l’etichetta di “sepolta viva”. La sua giornata è fatta di preghiera, certo, ma anche di impegno sociale e dialogo costante con il quartiere . “La clausura non è chiusura”, ripete spesso Suor Rosa, sottolineando come la sua scelta di vita sia semplicemente un modo diverso di abitare la realtà, mantenendo un rapporto vivo e profondo con la sofferenza e le speranze dell’umanità .










