Nel cuore del centro antico di Napoli, tra vicoli che custodiscono secoli di storia e spiritualità, c’è un luogo dove la clausura non è isolamento, ma relazione. È il monastero delle Monache Cappuccine di Santa Maria in Gerusalemme, conosciuto come quello delle Trentatré, guidato dall’ischitana suor Rosa Lupoli, 61 anni, figura carismatica e sorprendente che non teme di definirsi «femminista» e di affermare che «le donne dovrebbero poter dire messa».
Originaria di Ischia, laureata in Lettere Moderne all’Orientale e pallavolista di buon livello prima della vocazione, suor Rosa è tutto fuorché un personaggio convenzionale. Al polso porta un cinturino azzurro del Napoli, sull’altro braccialetti con simboli del club: una tifosa appassionata, pronta a esporsi contro ogni forma di razzismo calcistico. Sui social è attiva e diretta, e nel monastero guida cinque religiose impegnate quotidianamente nel sostegno al quartiere, in un rapporto di reciproco aiuto.
La “ruota”: un’antica tecnologia per un bisogno modernissimo
Mentre compie il suo turno alla ruota — il dispositivo ligneo girevole che da secoli permette alle monache di comunicare con l’esterno, ricevere richieste di preghiera, beni o semplicemente sfoghi — suor Rosa racconta come questo strumento sia diventato oggi un presidio di ascolto.
«Nell’epoca dei social e dell’interconnessione continua, la ruota è il nostro modo di gestire le relazioni», spiega. «In tanti bussano per essere ascoltati nelle difficoltà della loro vita. La clausura, per noi, è relazione con l’umanità sofferente e con Dio. Non è una barriera, ma una porta sempre aperta».
«Chi cerca la clausura “classica” dovrebbe farsi vedere da uno psichiatra»
Con il suo tono schietto, suor Rosa non risparmia ironia: «Manderei in una clinica psichiatrica chi decidesse di entrare in monastero per vivere la clausura nel senso tradizionale».
Poi chiarisce: «Se invece si cerca un dialogo profondo con Dio e, attraverso di Lui, con l’umanità, allora sì: questa è una vita intensa, fatta di preghiera e presenza».
Monache multitasking dal 1535
Il monastero, fondato nel 1535 da Maria Lorenza Longo con una bolla di papa Paolo III, oggi è un microcosmo di spiritualità e operosità. Le monache sono “multitasking”, come dice la badessa: «Per necessità e per scelta. Per aiutare gli altri ed essere aiutate».
L’immagine delle “sepolte vive” non le appartiene: «Assolutamente no. Non siamo avanzi di oscurantismo medievale. Non esco quasi mai, è vero, ma il rapporto con l’esterno è continuo. Ho sperimentato un Dio vicino, presente. La nostra missione resta la preghiera, ma non viviamo fuori dal mondo».
Tra restauri, eventi e fiducia nella Provvidenza
Il complesso monumentale necessita di restauri importanti, e i fondi pubblici non basteranno. Suor Rosa però non si scoraggia: confida nella generosità del quartiere, dei visitatori e dei mecenati.
Il monastero apre le porte a visite guidate, concerti jazz e appuntamenti culturali, trasformando la clausura in un ponte con la città. Le monache producono candele liturgiche e lavori all’uncinetto, piccole attività che non garantiscono autosufficienza economica ma che rappresentano un segno concreto di presenza.
«Dio è con noi», conclude suor Rosa. «E si incarna negli uomini e nelle donne che aprono il loro cuore oltre le grate».










